C’è una frase di Paolo di Paolo che non riesco a smettere di portarmi appresso. Non l’ho letta, l’ho ascoltata. Ero in cabina, stavo interpretando il dialogo tra lui e la sua traduttrice spagnola all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.
Il testo, letto da Natalia Zarco durante questa conversazione e tratto dal libro Vite che sono la tua (2017), era il seguente:
«… scriverei anche se non scrivessi davvero, perché scrivo nella testa, annoto sensazioni in forma di parole possibili, fermo nuvole, pensieri, o semplicemente il volto di qualcuno, che è già l’inizio di una storia. Ho scritto molti più racconti e romanzi nella testa, ogni giorno, di quelli finiti su carta.»

Ho continuato a interpretare. Ma quella frase è rimasta lì, sospesa.
Perché mentre lui parlava di scrittura, io stavo pensando: questa sensazione la conosco.
Chi lavora con le lingue come interprete (ma anche chi traduce, chi lavora come editor o copywriter, insomma chiunque abbia fatto del linguaggio il proprio mestiere) sa bene di cosa parlo. C’è una modalità di ascolto che non si spegne mai del tutto. Una parte della mente che continua a girare anche quando non stai lavorando, che non smette di scomporre e riassemblare frasi o di cercare la parola giusta.
Stai chiacchierando con qualcuno e, mentre questa persona parla, una voce interiore valuta se la parola che hai usato era quella più adatta, o se ne esistesse un’altra più precisa. Sei in un bar e senti una frase in un’altra lingua e la mente parte per la tangente: cerca di individuarne l’origine, oppure traduce mentalmente se conosce la lingua. Leggi un’insegna e già ti stai chiedendo come l’avresti resa tu, o come l’avrebbe tradotta qualcun altro.
Spesso lo si fa per gioco, per mettersi alla prova. Ma non solo.
È anche, paradossalmente, una forma di presenza. Le parole, per chi ha fatto del linguaggio il proprio mestiere, hanno sfumature che a volte ci si sente quasi in obbligo di difendere. Come quando si guarda un film doppiato e si attiva quella “vocina” che valuta le scelte linguistiche e le riformula mentalmente (è qualcosa che non si riesce a controllare).
Quando il linguaggio è il tuo mestiere, non lo lasci fuori dalla porta dopo aver consegnato l’ultima traduzione della giornata o quando esci dalla cabina dopo una conferenza. Lo porti con te, ovunque tu vada. Diventa una sorta di abitudine percettiva —d’altronde anche i musicisti sentono stonature dove gli altri non sentono nulla— e, a mio avviso, arricchisce.
Paolo di Paolo scrive romanzi nella testa ogni giorno. Chi interpreta lo fa anche fuori dalla cabina, chi traduce lo fa durante una conversazione, cercando magari sinonimi impossibili mentre aspetta l’autobus.
In fondo, è questa passione a unire chi ha scelto di fare della parola il proprio strumento. Perché il linguaggio, quando è il tuo mestiere, diventa anche un modo di stare nel mondo.