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Abitare le pause

Vita da freelance

· italiano,interprete,traduttrice,freelance,pausa

C’è un momento che ogni libera professionista conosce bene: apri il computer al mattino, guardi la casella di posta e non trovi progetti da consegnare o simultanee da organizzare. La prima reazione, quasi automatica, è
lasciarsi prendere dall’ansia. La seconda, se si ha un po’ di pratica con se stesse, è il sollievo.

Scrivo questo post pensando soprattutto a chi ha iniziato da poco a lavorare come freelance e si spaventa quando arrivano queste giornate tranquille. Lo capisco perfettamente (ci sono passata anch’io). Ma lavoro nel settore della traduzione e dell’interpretariato da oltre vent’anni, e posso dirtelo con la serenità di chi ha visto tanti cicli passare: le pause sono normali. Il flusso dei progetti non è mai lineare, non lo è per nessuno. Ci sono periodi frenetici, settimane in cui si dorme poco e si lavora tanto, e poi pause inaspettate, ma queste pause non sono un segnale di fallimento: sono parte del ritmo.

La domanda che vale la pena farsi non è “perché non ho lavoro?”, ma “cosa faccio di questo tempo?”. Ed è proprio lì che tutto cambia.

I “tempi morti”
Chiamarli “tempi morti” è già, a mio avviso, un errore linguistico. (il tempo si trasforma, ma non muore). Quei giorni in cui l’agenda è libera non sono giorni persi, sono giorni che aspettano di essere riempiti con intenzione e con ciò che la frenesia dei progetti urgenti non ci permette di fare, perché la qualità del nostro lavoro dipende anche da come utilizziamo questi spazi.

I glossari: il nostro patrimonio nascosto
C’è sempre un glossario da aggiornare. Sempre. Ogni progetto ci regala nuovi termini, equivalenze che abbiamo trovato sotto pressione e che meritano di essere consolidate con calma. Le giornate più tranquille sono il momento perfetto per riorganizzare con calma le parole trovate, magari aggiungendo contesto e fonti. Un glossario ben curato non è solo uno strumento di lavoro: è la memoria professionale di chi siamo, la prova concreta della nostra crescita. Ogni termine aggiunto è un mattone in più nella competenza che offriamo ai nostri clienti e investire in questa cura significa investire nella versione futura di noi stesse (quella che affronterà il
prossimo progetto con più sicurezza e precisione).

Il curriculum e la nostra storia professionale
Quando si lavora non c'è mai tempo di raccontare ciò che si è fatto e molto spesso curriculum, profilo LinkedIn e sito personale restano fermi, e non rispecchiano la realtà di chi siamo diventate. I periodi più calmi sono l’occasione perfetta per aggiornarli, per rileggere la nostra storia professionale con occhi riposati.
Aggiornare il proprio curriculum è una questione pratica, certo, ma è anche un atto di autoriconoscimento, perché scrivere ciò che abbiamo realizzato ci aiuta a vedere quanto abbiamo costruito (e a capire dove vogliamo andare).

Mens sana in corpore sano
Il lavoro intellettuale tende a farci dimenticare che abbiamo un corpo. Passiamo ore davanti allo schermo, con le
spalle curve, la mente accesa e il resto in standby.
E allora le giornate più tranquille diventano quelle in cui possiamo finalmente ascoltarlo (non dimentichiamo che il benessere fisico alimenta quello mentale, e la mente
riposata traduce meglio, interpreta con più lucidità e gestisce lo stress in modo più efficiente).

Personalmente ho imparato che non esiste un’unica ricetta e tutto dipende dal livello di energia delle mie pile quando arriva il momento di calma.

Se le pile sono scariche esco a camminare: osservo la natura, ascolto musica o un podcast, lascio che la mente vaghi (e ho scoperto che proprio durante queste passeggiate spesso mi vengono idee interessanti, come se il movimento del corpo sbloccasse qualcosa nella testa).
Se invece le pile sono belle cariche vado in palestra e mi butto sui pesi, oppure vado a pattinare. C’è qualcosa di
liberatorio nello sforzo fisico vero, nel sudare, nel sentire i muscoli che lavorano.
E poi ci sono i giorni riflessivi, quelli in cui mi perdo in un libro lasciando da parte i sensi di colpa, oppure tiro fuori gli acquerelli, o i ferri e la lana (creare qualcosa con le mani dà grandi soddisfazioni).

La trappola delle tariffe al ribasso
C’è però un'insidia di cui voglio parlare, perché so quanto sia subdola: nei momenti di pausa, si può essere portate ad accettare offerte che in altri momenti rifiuteremmo senza esitare. Tariffe troppo basse, condizioni poco chiare, clienti che chiedono troppo per quello che offrono. La logica, in quei momenti, sembra quasi sensata: “meglio qualcosa che niente". Ma non è così. Accettare un lavoro sottopagato non riempie solo il calendario: abbassa il valore percepito del nostro lavoro, manda un messaggio sbagliato al mercato e, soprattutto, a noi stesse.

Le giornate tranquille non sono un’emergenza. Non richiedono soluzioni disperate. Richiedono fiducia nella propria professionalità e nel fatto che il lavoro tornerà. Rispettare le proprie tariffe, anche e soprattutto nei momenti di calma, è uno degli atti più professionali che si possa compiere.

Va bene così
La prossima volta che ti ritrovi davanti a un’agenda più vuota del solito non farti prendere dall’ansia. Chiediti invece: cosa posso fare oggi per la professionista che voglio essere domani?
Aggiorna quel glossario. Riscrivi il tuo profilo. Fai una lunga passeggiata (i mandorli e i susini giapponesi sono in fiore qui a Madrid e sono bellissimi). Leggi qualcosa che ti ispiri. Siediti in silenzio e lascia che la mente si riorganizzi.

Il flusso dei progetti tornerà, perché torna sempre, e quando lo farà sarai pronta e più lucida, perché avrai usato il "tempo lento" non per aspettare, ma per crescere.